A casa, nel mondo

Una riflessione sul tema della Nuova Emigrazione, alla luce della mia personale esperienza Erasmus e del dibattito organizzato l’11 aprile presso il Parlamento europeo dal titolo “European Labour Authority and national labour inspections: combating labour exploitation and abuses in the EU”

Ho 26 anni e da un mese ho iniziato la mia prima “avventura lavorativa” da laureata: grazie al programma Erasmus+ sto svolgendo un tirocinio presso un’associazione senza scopo di lucro a Bruxelles che si occupa di migrazioni e mobilità transnazionale.

L’11 aprile 2019 si è svolto, presso il Parlamento europeo, un dibattito sul tema sfruttamento e abusi sul lavoro in Europa: al centro della conferenza, l’esperienza di due ragazzi spagnoli, Manuel e Beatriz.

Perché vi parlo di loro? Beh, anche loro, dopo il liceo o l’università, hanno deciso di andare all’estero, sperando in un futuro migliore di quello che probabilmente gli sarebbe toccato nel Paese di origine. Sono stati reclutati da un’agenzia spagnola che li ha messi in contatto con una compagnia olandese. Lavoro non estremamente qualificato, magari non in linea con i loro studi, ma una promessa chiara: stage ben pagato, alloggio e buone possibilità di venire assunti successivamente. “Un sogno”, “quello che ci voleva”, pensavano entrambi.

Un sogno, ma infranto una volta messo piede in Olanda: il primo giorno di lavoro, davanti ai loro occhi, è stato presentato un contratto diverso dal precontratto che avevano firmato in Spagna, con condizioni molto meno vantaggiose. Tra l’incredulità e la (purtroppo tardiva) consapevolezza di essere stati ingannati, sia Manuel che Beatriz si sono trovati a dover scegliere il minore dei mali: lasciare tutto all’istante e rientrare in Spagna (senza avere i soldi per un viaggio “di emergenza” a casa) oppure accettare il nuovo contratto-truffa. Spaventati, ma anche desiderosi di dare un senso a tutti i preparativi, alle aspettative, alle spese già sostenute per arrivare fino a quel punto, hanno accettato.

Hanno accettato di firmare un nuovo contratto, che essendo stato stipulato in Olanda e presso un’azienda olandese, non permetteva loro di rientrare nel regime dei lavoratori distaccati. Hanno accettato un contratto “a zero ore”, modello in cui il datore di lavoro non garantisce un numero specifico di ore all‘impiegato ma gli offre un lavoro quando ne ha necessità. Il lavoratore dunque attende di essere chiamato, per impegni generalmente di qualche giorno o qualche settimana, e spesso con un brevissimo preavviso.

Questo tipo di contratto, nato come “espediente flessibile” per soddisfare un bisogno temporaneo o mutevole di personale, è diventato la nuova frontiera della precarietà, cui molti lavoratori, spesso giovani ma non solo, non hanno tante alternative. Come specificato da un rappresentante del CRE (Council of Spanish Residents) in Olanda, il caso di Manuel e Beatriz non è isolato. Si tratta di una prassi ripetuta, di cui sono stati vittima soprattutto lavoratori spagnoli e polacchi (ma non si esclude anche persone di altre nazionalità): giunti in Olanda, viene loro proposto un contratto a zero ore cui viene aggiunta una “agency clause”, tipica di queste agenzie truffatrici. Tale clausola prevede che il vincolo contrattuale venga lecitamente meno nel momento in cui le mansioni assegnate siano portate a termine e non appena il lavoratore riporti una malattia.

Anche l’alloggio promesso prima di partire non era neanche lontanamente decente, inadeguato a una vita dignitosa, come dimostrano le foto riportate dagli stessi ragazzi. In più, la zona isolata in cui venivano confinati, non permetteva loro neanche di recarsi agevolmente al luogo di lavoro.
“Pagavamo fin troppo per l’affitto: vivevamo in una sorta di baracconi o dei vecchi hotel con delle mura letteralmente di cartone” racconta Manuel, “non potevamo neanche farci venire a trovare da parenti o amici, perché qualche assurda clausola del contratto di affitto ce lo proibiva, e alla fine guadagnavamo un salario molto più basso di quanto promesso. Dopo qualche settimana di lavoro chiesi spiegazioni su cosa stava succedendo con i miei soldi. A pochi giorni di distanza, per tutta risposta mi licenziarono”.

Al posto di Beatriz o di Manuel potevo starci io, potevano starci tutti i ragazzi e le ragazze della mia generazione che emigrano all’estero per cercare un futuro migliore, con una valigia piena di speranze e illusioni, con l’idea che andare fuori sia sempre la scelta più vantaggiosa.

Pensare che ancora oggi possano verificarsi situazioni del genere mi lascia molto triste e scoraggiata. Non solo perché sono situazioni in cui poteva trovarsi un qualunque giovane della mia età, io stessa, i miei fratelli o i miei amici, ma soprattutto perché mi fa pensare quanto facilmente gli sforzi e le battaglie compiuti nei decenni passati possano risultare vanificati se non continuiamo a combattere per salvaguardare ciò che è stato strenuamente ottenuto finora.

Quanta differenza c’è tra quello che hanno passato Manuel e Beatriz e le esperienze dei nostri nonni e bisnonni emigrati nel secondo dopoguerra non solo in Belgio (e non solo a Marcinelle), ma anche in Svizzera, Francia e Germania? È possibile che dopo quasi un secolo di storia sfruttamenti così gravi sui lavori migranti possano ancora accadere?

Credo che questo sia un problema mondiale ed europeo. Nessuno Stato, nessuna istituzione può restare in silenzio: né la Spagna, né l’Olanda, né l’Italia, né il Belgio, né l’Unione europea. Episodi del genere dovrebbero farci riflettere sul mondo che vogliamo adesso, sui Paesi e sulle società che vogliamo per l’avvenire.

Eventi di questo tipo, purtroppo non isolati, richiedono risposte chiare ed efficaci: nel caso dello sfruttamento degli spagnoli in Olanda, un costante monitoraggio è avvenuto da parte del CRE (Council of Spanish Residents nei Paesi Bassi), dall’ufficio spagnolo di ispezione sul lavoro e di sicurezza sociale che ha cercato di elaborare un piano di azione concreto.
In più, Eurofound e il Direttorato Generale sul lavoro della Commissione europea sono intervenuti rispettivamente con degli studi rilevanti sul tema e su specifiche attività svolte e da realizzare.

Questo però non basta.

Un importante strumento in fieri per contrastare fenomeni di questo tipo, tra gli altri, sembra poter essere l’Autorità europea del Lavoro, nuova Agenzia europea che si prospetta entrerà a regime nei prossimi cinque anni e di cui si è discusso nel corso della conferenza dell’11 aprile.
Gli obiettivi di questa nuova Autorità sono di facilitare sia agli individui che alle imprese l’accesso a informazioni sui rispettivi diritti ed obblighi e sui servizi cui possono accedere; supportare la cooperazione tra Paesi europei nell’applicazione transfrontaliera del diritto europeo; mediare e facilitare una soluzione in casi di controversie transfrontaliere tra autorità nazionali o distorsioni del mercato del lavoro, soprattutto tramite l’apporto di Uffici di Collegamento nazionali. Resta ancora vivo il dibattito su quale sarà in concreto l’attività dell’autorità, chi veramente ne farà parte, la sede dove verrà localizzata l’Agenzia.

Spero che questo ed altri strumenti contribuiscano, sia a livello europeo che internazionale, a ridurre il fenomeno degli abusi sul lavoro e ad aiutarci a costruire un mondo sempre più simile a quello che vorremmo, dove non ci sono barriere o confini imposti per raggiungere le nostre ambizioni e ci è permesso di vivere dignitosamente, dove siamo “sicuri” di veder tutelati i nostri diritti disponendo di strumenti in grado di proteggerci efficacemente a livello globale, dove si contrastino abusi e frodi dei quali troppo spesso i giovani lavoratori migranti sono la principale vittima.