A casa, nel mondo

In attesa di tutti gli ultimi aggiornamenti su Brexit e possibilità di spostamenti, chiudiamo il 2020 con il racconto in prima persona di Marianna, una ragazza italiana una ragazza che il 20 dicembre si trovava nel Regno Unito per fare il “Pre Settled Status” per motivi di lavoro, quando è scattata l’ultima chiusura delle frontiere dovuta all’emergenza Covid.

 

The Terminal: la vera storia di un’italiana nel Regno Unito ai tempi del Covid. Dal 20 dicembre 2020 in tutti gli aeroporti britannici

Avete mai pensato di rivivere la trama di un film nella vita reale? Beh, tanti italiani nel Regno Unito in questi giorni si sono ritrovati, senza volerlo, ad interpretare Viktor Navorski, famoso protagonista del film “The Terminal”, costretto a vivere in un aeroporto per motivi burocratici.

Era il 20 dicembre quando ho appreso del blocco dei trasporti previsto dal governo italiano in merito alla scoperta della nuova variante inglese del Covid-19 e ovviamente, io, giovane residente in Italia, mi trovavo a Londra: non perché mi divertisse l’idea di esserci in piena pandemia mondiale bensì per fare la registrazione per il Pre Settled Status, necessaria -in seguito alla Brexit– in vista del mio prossimo ritorno nel Regno Unito in primavera per motivi di lavoro.

Emozione principale vissuta? Il panico. Il blocco aveva effetto immediato, inutile chiamare le compagnie aeree poiché erano totalmente impreparate all’evento, le risposte erano del tipo “prova ad andare in aeroporto, ma potremmo cancellare il volo in diretta” e diciamo che non mi sembrava proprio il consiglio più adatto per la situazione storica che stiamo vivendo.
Qualunque istituzione contattata non faceva altro che rispondere con l’articolo dell’ordinanza del 20 dicembre che impediva a qualunque persona presente nel Regno Unito nei 14 giorni precedenti di entrare sul territorio italiano.

Nessuna deroga, nessuna possibilità di spiegare le mie esigenze: residente in Italia, con lavoro in Italia, presente in territorio inglese per estrema urgenza, transitata per puro caso nei giorni peggiori dell’anno, dopo una quarantena obbligatoria e un Covid test effettuato a Londra secondo le regole del “Release Scheme” adottato dal governo inglese per gli arrivi internazionali dopo il 15 dicembre, proprio per velocizzare gli spostamenti in totale sicurezza. La sensazione era quella dell’abbandono totale e della delusione per la tutela dei cittadini presenti sul territorio italiano, ma non di quelli nel Regno Unito.

Come già in precedenza per le notizie riguardanti l’arrivo e le modalità per effettuare il tampone, mi sono rivolta prontamente all’INCA CGIL di Londra per capire se e come poter rientrare in Italia. Sono stati gentilissimi ed efficienti nel monitorare tutte le notizie in merito ed aiutarmi a gestire la situazione. Il silenzio totale da parte dello Stato, subito dopo la decisione del blocco, ha portato, inoltre, alla creazione di un gruppo Facebook in cui noi italiani bloccati ci siamo tenuti in costante aggiornamento, contattando testate giornalistiche, telegiornali, televisioni, istituzioni, compagnie aeree. Ogni novità veniva scritta per aggiornare tutti e la nostra unica speranza era che l’unione potesse fare la forza.

E così è stato: tutti parlavano di noi, volevano conoscere le nostre storie, arrivavano chiamate dai nostri parenti in Italia che ci dicevano che le nostre interviste erano passate tramite i canali nazionali. Si apprendeva di gente senza casa, che dormiva in aeroporto, senza lavoro costretta a spendere grosse cifre per alloggiare nelle vicinanze degli aeroporti, famiglie con figli anche piccoli e bisognosi di cure. Nella grande catena della solidarietà c’erano italiani che aprivano le loro case a chi ne aveva più bisogno, offrivano passaggi dall’aeroporto o anche solo il loro tempo per trascorrere insieme il Natale.

Il 23 dicembre abbiamo finalmente letto il post più bello: l’Italia aveva deciso di eliminare il blocco dei trasporti, previo tampone entro 72 ore dalla partenza e a 48 ore dall’arrivo. In realtà tutti noi avevamo già un tampone negativo fra le mani, necessario per la prima partenza poi cancellata, ma i soldi spesi (un test in Gran Bretagna costa in media tra le 50 e le 100 sterline, con picchi di 150-200) non avevano più alcun valore perché naturalmente nessun test fatto in precedenza era più valido per viaggiare.
Il 23 dicembre, mentre altrove si correva per fare i regali di Natale, noi correvamo alla ricerca di un biglietto aereo e di un tampone. Regali alternativi a quanto pare per un Natale altrettanto alternativo in questo strano 2020.

Londra Heathrow al mio arrivo il 26 dicembre si presentava come un ammasso di persone in fila per un Covid test a partire dalle 7.30 del mattino al freddo del piano terra dell’aeroporto, completamente all’aperto con 0 gradi presenti. Ritardi spaventosi nell’organizzazione, ancora una volta un solo motto a cui appellarsi: l’unione fa la forza. Ho iniziato a parlare con un gruppo di italiani visibilmente preoccupati di non riuscire a prendere il volo in tempo in quanto non era possibile effettuare il check in prima del risultato negativo del tampone, secondo le regole della compagnia aerea. Decidiamo di esporre il nostro caso a una delle organizzatrici dei test che, preoccupata, ci comunica che avremmo fatto il tampone prima degli altri.

La scena più bella di tutta la vicenda? La sua faccia dopo aver chiesto urlando “Italians here?” e aver visto il mare di italiani presenti che rompevano le ordinatissime file create con tanta dedizione ore prima, per rispondere al suo appello. Per fortuna, dopo una lunga attesa, il risultato è arrivato in 15 minuti: tutti i negativi potevano finalmente salire a bordo.

Appena atterrati a Fiumicino ci sentivamo al sicuro, a casa, nonostante quasi tutti, come me, a casa ancora non ci erano nemmeno arrivati e avevano un’altra coincidenza da prendere. Aeroporto di Fiumicino organizzato benissimo per tamponi immediati, con personale che ci smistava in base alle varie coincidenze, scherzava con noi e ci faceva sentire accolti, ma soprattutto rassicurati del fatto che chi lavora in aeroporto non si spaventa per certe situazioni perché gli aeroporti da sempre sono i luoghi in cui tutto arriva prima che negli altri posti. Era bello vederli felici del nostro rientro in Italia.

Il mio ultimo step? L’ulteriore volo per arrivare a casa mia.
Eravamo partiti in tre da Londra con quella destinazione: stessi sguardi, stesse aspettative, stesse paure vissute. Ognuno con un motivo diverso per cui si era trovato in quella situazione e con un motivo diverso per tornare in Italia. Ci siamo guardati emozionati e ci siamo detti “ragazzi ce l’abbiamo fatta”.

Avevamo tutti almeno tre tamponi negativi, un sacco di soldi spesi, spesso anche persi e una storia da raccontare.

Essere atterrati in Italia ha cancellato in parte l’incubo vissuto, perché da lì è iniziato il sequel di questo avvincente film , meglio detto “Lost in bureaucracy”, visto che siam stati sommersi di moduli da compilare e avere una penna in borsa si è rivelata una scelta più che utile, direi miracolosa. Dopo tutto questo, l’asl ha richiesto comunque l’ennesimo tampone da effettuare nelle loro strutture entro 48 ore dall’arrivo e una quarantena obbligatoria di 14 giorni nonostante tutti i risultati dei test siano negativi.

Attualmente c’è chi come me è riuscito e rientrare, altri rientreranno nei prossimi giorni, ma mi auguro vivamente che in una situazione simile un giorno, un gruppo Facebook non sia più utile di un’istituzione per le comunicazioni o un aeroporto non sia più pronto e preparato di un governo nel gestire un’emergenza.

Mi sembra doveroso aggiungere che non tornavamo in Italia “per mangiare la lasagna di mammà”, come molti hanno affermato, ma tornavamo in Italia perché avevamo diritto di farlo.