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Brexit, accordo bocciato ma May mantiene la fiducia. E ora?

Martedì 15 gennaio il Parlamento britannico ha bocciato l’accordo di Theresa May sulla Brexit. Il giorno seguente, Westminster ha respinto la mozione di sfiducia al governo presentata da Jeremy Corbin.

Quella del 15 gennaio 2019 è stata, senz’altro, la giornata più attesa da quell’ormai lontano 23 giugno 2016: il giorno del verdetto, il giorno in cui il Parlamento britannico ha votato per la ratifica dell’accordo raggiunto tra il Governo inglese e l’Unione Europea sulla Brexit. E la House of Commons ha deciso: l’accordo è stato bocciato.

Una bocciatura fragorosa, con 432 voti sfavorevoli contro i 202 a favore, che ha segnato una sconfitta senza precedenti nella storia moderna del Regno Unito e, senza dubbio, per la premier Theresa May. Una sconfitta inequivocabile: accordo respinto con una maggioranza di 230 voti, di cui 118 dei conservatori “scontenti”. Un colpo ancora più duro, questo, se si ricorda che il voto, inizialmente fissato per l’11 dicembre 2018, era stato spostato al 15 gennaio proprio a causa delle difficoltà incontrate dalla May nel trovare un’ampia base di consenso. A pesare in modo decisivo sull’esito del voto, le due anime del Partito conservatore: quella “pro-Europa”, che vuole lasciare aperta la possibilità di rimanere nell’UE, e quella degli “hard brexiteers”, che sostengono che il Regno Unito debba lasciare l’Unione senza nessun accordo.

Se la giornata del voto sul deal è stata attesa, la giornata seguente lo è stata, se possibile ancora di più: mercoledì 16 gennaio, lo stesso Parlamento ha votato la mozione di sfiducia al governo May presentata dal leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbin. E anche stavolta, il voto è stato un “colpo”: Westminster ha respinto la mozione con 325 voti contro 306. Con una maggioranza di soli 19 voti, la May ha dunque superato la prova della fiducia e resta in carica. Ancora una volta è stato decisivo, per la tenuta dell’esecutivo, il voto dei deputati del Democratic Unionist Party, gli unionisti nordirlandesi, così come quello dei conservatori che, in seguito alla bocciatura dell’accordo, hanno dichiarato che avrebbero accordato il proprio voto di fiducia alla premier.

E adesso?

 

Il panorama degli scenari che si aprono adesso è estremamente complesso. In proposito, nelle aule Parlamento, così come nelle redazioni delle testate britanniche, circolano varie ipotesi.

Ottenuta la fiducia del Parlamento, per Theresa May si prospettano varie opzioni. Quella che sembra più quotata, è che la premier si offra di tornare a Bruxelles per riaprire la trattativa, cercando di ottenere più concessioni da parte dell’UE. Subito dopo il voto del 15 gennaio la May ha dichiarato di non voler uscire dall’Unione europea senza accordi, mentre il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha commentato: “Il rischio di no deal aumenta dopo questo voto”. ll rischio di un “no deal” potrebbe verificarsi per default, automaticamente, se non vengono trovate soluzioni alternative entro il 29 marzo.

Dopo il voto di fiducia, la May ha reiterato la sua intenzione di riprendere le discussioni in seno al Parlamento per cercare una maggioranza su un diverso piano per la Brexit, un “piano B” per un nuovo accordo, per allontanare lo spauracchio del 29 marzo e di un “no deal” – il che, è il caso di ricordarlo, avrebbe conseguenze potenzialmente gravissime, economiche e commerciali certo, ma anche e soprattutto lascerebbe aperte incognite estremamente preoccupanti per il futuro dei cittadini europei nel Regno Unito e dei cittadini britannici in Europa.

Se è possibile che l’UE accetti in ogni caso un’estensione dell’articolo 50, ovvero di prolungare il negoziato almeno fino all’estate (oltre le elezioni europee di maggio), non sembra altrettanto possibile prevedere oggi un via libera su altre condizioni “più favorevoli” per il Regno Unito.

Su tutto, c’è un punto: Theresa May non ha un piano B.

La premier continua a ripetere la sua intenzione di mettere in campo “soluzioni creative” per il raggiungimento di un nuovo, irrealistico accordo. Ma quali? E, soprattutto, chi le supporterà?

 

Ai suoi stessi sostenitori nel Partito conservatore che nelle ultime ore le chiedevano di rimettere in discussione alcuni punti dell’accordo (primi fra tutti il punto sul “backstop” e l’Unione doganale), o perlomeno di dichiarare quali fossero i punti dell’accordo sui quali lei fosse disposta ad aprire rispetto alle loro istanze, la premier non ha risposto niente di nuovo.
I suoi, inoltre, come sappiamo sono divisi tra correnti diversissime, dagli europeisti ai brexiteers duri e puri, mentre il leader del Labour ha già dichiarato di non essere intenzionato a proseguire le discussioni se la May non garantisce di escludere l’ipotesi di “no deal”. Garanzia che, nelle ultime ore, la premier non ha mostrato alcuna intenzione di voler fornire. Allo stesso modo, la Prima ministra scozzese Nicola Sturgeon ha fatto sapere che il suo partito non parteciperà alle discussioni se la May non prenderà in considerazione l’ipotesi di un secondo referendum. Nel frattempo, la frangia dei conservatori che spinge per un secondo referendum ha lanciato una campagna “Right to vote”, sostenendo che il popolo britannico debba avere la parola finale sul futuro della Brexit.

Dunque, allo stato attuale sembra proprio che siamo nuovamente in una situazione di stallo: la premier ripete ostinatamente di voler “portare a casa un accordo”, che occorre rispettare il voto popolare del referendum che ha detto “sì” alla Brexit, che non si può avere Brexit senza accordo, ma non introduce alcun elemento di novità per uscire concretamente dall’impasse che si è venuto a creare.

Nelle ultimissime ore, tuttavia, è stato reso noto che Westminster discuterà e voterà le nuove proposte del governo per un “piano B” sull’accordo il prossimo 29 gennaio.

E’ senz’altro plausibile ritenere che May si stia aggrappando disperatamente all’ipotesi di un gesto di apertura da parte dell’Unione Europea, con la speranza che questa, per scongiurare l’uscita senza accordo, sia disposta a riaprire i negoziati.

Per capire quanto siano effettivamente forti le speranze su questo piano, occorre partire da un punto, ovvero dalla distinzione tra l’ipotesi di revoca o di proroga dell’articolo 50, che nelle ultime ore ha costituito un punto cardine della discussione.

Una revoca dell’articolo 50 significherebbe, in poche parole, che il Regno Unito “fa marcia indietro” sulla Brexit, decidendo di ignorare il risultato referendario del 2016 e rimanendo quindi nell’Unione Europea. Su questo si è già espressa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha precisato che il Regno Unito ha il diritto di revocare l’articolo 50 in ogni momento, unilateralmente.

Una proroga dell’articolo 50, invece – punto fondamentale, oggi, per portare avanti il dialogo tra Londra e Bruxelles – è ben più complessa da ottenere: innanzitutto, deve essere chiesta dal Regno Unito all’UE, che può decidere se concederla o meno. Ma soprattutto, può naturalmente essere concessa solo “in cambio” di una prospettiva chiara che, ad oggi, non c’è.

Una prospettiva chiara che può prevedere, tra le diverse opzioni, nuove elezioni politiche, un nuovo referendum, oppure nuove trattative sull’accordo – ma, certo, a condizione che l’Unione Europea sia disposta ad aprirle.

Ad oggi, alcuni segnali di apertura da parte dei diversi leader europei sembrano intravedersi, ad esempio nelle ultime dichiarazioni di Jean-Claude Juncker o di Angela Merkel. La partita, dunque, sembra proprio essere aperta – senz’altro, ad oggi, fino alla mezzanotte del prossimo 28 marzo.