A casa, nel mondo

In seguito a un summit durato più di 5 ore, il 14 novembre la bozza d’intesa, presentata da Theresa May per regolare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, è stata approvata dal Consiglio dei Ministri britannico. Il testo dovrà poi passare al Parlamento per ricevere l’approvazione definitiva.

Dopo due anni di trattative è stata raggiunta un’intesa “a livello tecnico” su un testo legale per disciplinare il divorzio da 39 miliardi di sterline (circa 50 miliardi di euro). Si tratta di una bozza di 585 pagine, approvata dai ministri britannici in seguito a una riunione che è durata più del previsto, perché alcuni degli euroscettici come la ministra del Lavoro Ester McVey avrebbero intavolato discussioni molto critiche nei confronti della premier britannica. L’accordo ha infatti suscitato non poche perplessità a Londra, anzi ha decisamente allarmato i conservatori più anti-europeisti e il partito unionista irlandese DUP, decisivo per il governo di minoranza May in Parlamento – già nelle prime ore dopo il “sì” del governo britannico all’accordo con l’UE, quattro membri dell’esecutivo, tra cui il ministro della Brexit Dominic Raab e la stessa McVey, hanno rassegnato le dimissioni. Il compromesso raggiunto, specie per quanto riguarda la “questione irlandese”, non ha fatto felici i brexiteers, poiché lascia di fatto la Gran Bretagna strettamente legata all’UE: il Regno Unito continuerà a far parte di una forma di unione doganale e, parzialmente, del mercato unico, almeno finché non sarà trovata una soluzione definitiva per una nuova partnership economica fra Gran Bretagna e Unione europea. Inoltre sono previste condizioni speciali per l’Irlanda del Nord, che prevedono una sorta di mercato unico a tempo potenzialmente indeterminato per evitare l’ipotesi “hard border”, assicurando così il mantenimento di un confine senza barriere fisiche fra Irlanda e Irlanda del Nord (vedi la nostra scheda di approfondimento sul Protocollo sull’Irlanda e sull’Irlanda del Nord).

Per quanto riguarda invece i diritti di residenza e libera circolazione, secondo quanto riportato nell’accordo i diritti dei cittadini europei che già si trovano nel Regno Unito e dei britannici che vivono in altri Paesi UE continueranno ad essere tutelati – almeno fino alla fine del periodo di transizione post-Brexit (vedi la nostra scheda di approfondimento sui diritti dei cittadini). È infatti previsto un periodo di transizione improntato sul mantenimento dello status quo di almeno 21 mesi, a partire dal 29 marzo 2019 e fino al 31 dicembre 2020.

Quello che non è affatto chiaro, però, è ciò che succederà dopo. Perché nell’incertezza, se c’è una cosa sicura è che “Brexit” è anche sinonimo di fine della libertà di circolazione così come la conosciamo. Il che potrà significare, ad esempio, che trasferirsi a vivere, studiare o lavorare nel Regno Unito non sarà più possibile senza un permesso – la stampa locale parla già di un cosiddetto “visto del barista” per coloro (moltissimi ad oggi, come sappiamo) che vogliano trasferirsi con la prospettiva (se non unica, spesso obbligata) di trovare un impiego in quei settori occupazionali, come appunto quello della ristorazione, poco “qualificati”.

La premier britannica Theresa May si ritiene soddisfatta dell’accordo raggiunto, sostenendo “che questa sia una decisione che è nell’interesse di tutto il Regno Unito”.

Oltremanica, però, le soluzioni del compromesso non convincono nessuno.

May deve fare i conti soprattutto con le divisioni interne al Partito conservatore e con le istanze per un nuovo referendum. Da un lato, i brexiteers “duri e puri”: decine di deputati, alcuni dei quali hanno già paventato l’ipotesi di una mozione di sfiducia contro la premier. Dall’altro i moderati pro-remain, ormai unitisi al coro trasversale che si aggrappa all’idea (improbabile, anche se forse, a quanto si dice, non impossibile) di una rivincita referendaria. E questo senza contare la destra unionista nordirlandese del DUP, vitale alleato per la tenuta del governo, allarmata da un testo d’intesa – ben visto a Dublino – che lascia aperta la porta per il futuro a un legame fra Irlanda del Nord e UE “più profondo” rispetto a quello del resto del Regno.

La mattina del 15 novembre, durante una conferenza a Bruxelles, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, si è espresso in merito all’accordo sostenendo di aver sempre considerato la Brexit come una situazione “lose-lose” dalla quale nessuno sarebbe uscito vincitore, rassicurando tuttavia i cittadini britannici sulle sue intenzioni di fare “il possibile per far sì che questo addio sia il meno doloroso possibile, sia per voi che per noi”. Tusk ha inoltre confermato che “nel caso in cui nulla di straordinario dovesse accadere”, è fissato per il 25 novembre il vertice straordinario dell’UE per “finalizzare e formalizzare” l’accordo sulla Brexit.

In seguito a un’eventuale approvazione da parte del Consiglio Europeo, si dovrà comunque attendere l’esito del voto della Camera dei Comuni britannica, che dovrebbe tenersi all’inizio di dicembre e il cui esito è tutt’altro che scontato.

In ogni caso, prima del 29 marzo 2019, devono essere portate a termine le procedure di ratifica da parte dei 27, delle istituzioni europee e soprattutto del Parlamento britannico. A partire da quella data inizierà il periodo di transizione che dovrebbe durare fino al 31 dicembre 2020, durante il quale Londra continuerà ad applicare le regole dell’UE ma non avrà più alcun potere decisionale. Il capo negoziatore sulla Brexit per l’UE Michel Barnier ha affermato che, nel caso in cui dovesse essere necessario, sarà possibile estendere il periodo di transizione. Se quest’ultima ipotesi non dovesse verificarsi, l’ultimo giorno del 2020 cesserebbe l’applicazione del diritto europeo nel Regno Unito e il 1° gennaio 2021 la Gran Bretagna diventerebbe Paese terzo.

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