A casa, nel mondo

Il 20 giugno è la Giornata Mondiale del Rifugiato. Fu celebrata per la prima volta nel 2001, istituita dall’ONU in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.

Vent’anni più tardi – settanta dalla Convenzione, ci troviamo a interrogarci sulla necessità di celebrare questa giornata, in un mondo che ci si presenta completamente cambiato.

Ma è poi davvero cambiato, il mondo?

Mentre scriviamo, certo, il nostro mondo è scosso da una delle più drammatiche crisi cui l‘umanità abbia assistito in epoca contemporanea. L’emergenza globale dovuta al COVID-19, per la prima volta da decenni ha visto tutti i Paesi del mondo dover far fronte ad una crisi sanitaria che ha provocato oltre 450.000 vittime e le cui conseguenze sociali ed economiche hanno ripercussioni sulla vita di milioni di altre persone, proiettando l’umanità e le nostre società così come le conosciamo in una dimensione nuova, di estrema instabilità e incertezza.

Abbiamo visto come, in questo contesto di crisi, questa estrema precarietà abbia un impatto ancora più violento sui migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo. Gli “stranieri” – ovunque, nel mondo.

Perché se parliamo di migranti – se parliamo di migrazioni e di umanità e vogliamo provare a rispondere alla domanda che ci siamo posti qualche riga più su, allora la risposta che possiamo darci è solo una: no, il mondo non è cambiato.

Sono certamente cambiati alcuni contesti, sono stati riscritti determinati equilibri, sono venute a crearsi nuove e diverse condizioni che la determinano: ma la migrazione ha continuato ad essere una delle cifre essenziali che caratterizzano la condizione umana. Oggi come venti o settant’anni fa. Per chi ha perso tutto e viene da lontano e per chi, lontano, deve tornare ad andarci.

Arriva appena due giorni prima di questa giornata, il 18 giugno, l’ultimo rapporto dell’UNHCR a raccontarci che ad oggi gli sfollati forzati nel mondo sono quasi 80 milioni. L’uno per cento della popolazione mondiale – o, come precisa l’UNHCR, una persona su 97 è stata costretta ad abbandonare la propria casa in cerca di salvezza altrove – all’interno o fuori dal proprio Paese.

Condizioni che cambiano, dicevamo. Lo spostamento forzato al giorno d’oggi non solo è molto più diffuso rispetto a qualche decennio fa, ma semplicemente non è più un fenomeno a breve termine e temporaneo: se negli anni ’90, in media, 1,5 milioni di rifugiati ogni anno sono stati in grado di tornare a casa, negli ultimi dieci anni quel numero è sceso a circa 385.000. Il che significa che l’aumento delle condizioni che costringono ogni anno centinaia di migliaia di persone a lasciare la propria casa o il proprio Paese nella speranza di avere un futuro altrove è oggi di gran lunga superiore alla prospettiva di “soluzioni”.

Ecco, forse, una seconda domanda che potremmo porci: possiamo aspettarci – o, meglio, possiamo permettere che milioni di persone vivano in condizioni di precarietà, di totale stravolgimento, di diritti mancati, di dignità negata, magari addirittura per anni? Senza la possibilità di tornare a casa, né la speranza di costruirsi un futuro in un nuovo Paese, magari proprio quel nuovo Paese che potrebbe invece essere “casa”?

A proposito di altri Paesi, il rapporto dell’UNHCR ci racconta anche un’altra cosa: l’85% di tutti i rifugiati su scala mondiale si trova in Paesi in via di sviluppo, per la maggior parte Paesi confinanti con quelli da cui sono costretti a fuggire. Il che significa che sono i Paesi più poveri ad accogliere la maggior parte dei rifugiati nel mondo.

E poi c’è, tra gli altri, l’Europa, che ne accoglie solo una piccola percentuale. C’è l’Europa e c’è l’Italia, c’è quel piccolo bacino di mare che è il Mediterraneo, dove tuttavia migliaia di persone ogni anno continuano ad essere lasciate annegare.

C’è l’Europa, dove ancora oggi sembra impossibile che 27 piccoli Paesi riescano a mettersi d’accordo su come riformare le proprie politiche migratorie per renderle giuste. L’Europa, dove solo pochi giorni fa, il 17 giugno, quattro ONG – quelle ONG che vengono criminalizzate per salvare vite, hanno diffuso un rapporto che documenta le responsabilità delle agenzie europee nei respingimenti in massa dei migranti verso l’inferno della Libia.

E c’è l’Italia, dove ancora troppo spesso si stigmatizza chi parla di solidarietà per applaudire chi urla di odio; dove si arresta chi pratica l’accoglienza salvo poi accorgersi, un anno dopo, che non faceva niente di male; dove si è costretti a fare un sit-in in piazza, perché centinaia di esseri umani che dovrebbero essere protetti ed accolti sono rimasti senza un luogo dignitoso dove vivere, magari con l’unico supporto di volontari com’è successo agli ospiti di Baobab a Roma.

C’è, insomma, questa “nostra” metà di mondo, in cui migliaia di persone continuano ad essere sfruttate, umiliate, lasciate morire e uccise perché sono nate – o i loro antenati prima di loro – nell’altra metà, quella sbagliata. E nonostante questo, ancora in troppi continuano a domandarsi se sia giusto accoglierle e tutelarle.

Questa, pensiamo, è una di quelle domande che non dovremmo farci più.

Un bel po’ di risposte su come smettere di porci questa domanda si è provato a darle, nei giorni che hanno preceduto questa Giornata Mondiale del Rifugiato, nel corso del Festival Sabir: il “festival diffuso delle culture mediterranee” che nell’edizione straordinaria online di quest’anno ha visto decine d’incontri e oltre cento tra ospiti e associazioni interrogarsi e discutere insieme sui cambiamenti necessari da mettere in atto per costruire – per dirla con gli organizzatori, alternative possibili al modello diseguale e ingiusto che ha aumentato le distanze tra i Paesi e i popoli che si affacciano sul Mediterraneo.

Si è parlato di migrazioni, naturalmente, di Europa e Mediterraneo, di caporalato e sfruttamento, di discriminazioni e di frontiere, di decreti sicurezza, di rifugiati, richiedenti asilo e di iniziative di accoglienza: si è parlato, insomma del nostro mondo, di questo nostro mondo nel presente e di come vorremmo che fosse questo nostro mondo nel futuro. “Le proposte di Sabir”, così è stato chiamato l’evento conclusivo del festival, sono molte: dall’elaborazione di un documento europeo per una alternativa alle politiche per l’immigrazione all’istituzione di una comunità di buone prassi contro il caporalato, dall’adozione di una strategia congiunta per la lotta alla povertà alla denuncia delle pratiche di respingimento, fino alla promozione di un effettivo processo di regolarizzazione dei migranti in Italia e in Europa.

Se le proposte e le riflessioni emerse dal Festival Sabir sono tante da rischiare di non riuscire ad elencarle tutte prima che questa giornata volga al termine, possiamo però aggiungerne un’ultima: che possano essere il primo passo domani per far sì che la Giornata del Rifugiato non finisca a mezzanotte del 20 giugno, ma lo sia anche per il resto dell’anno.