A casa, nel mondo
Foto da Flickr, Molly Adams

L’8 marzo, in tutto il mondo, è la Giornata internazionale per i diritti delle donne

“…Avevo sperato che la risposta sarebbe venuta da sola, o che qualcun altro rispondesse per me. Invece la Sua lettera è ancora qui, con quella sua domanda tuttora senza risposta: «Cosa, secondo Lei, si deve fare per prevenire la guerra?»”.

Si apriva così “Le tre ghinee”, il saggio che Virginia Woolf scrisse tra il 1936 e il 1938 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale prendendo a pretesto l’intenzione di rispondere ad una lettera in cui le si chiedeva cosa, secondo lei, si dovesse fare per evitare l’insorgere della guerra.

“Le tre ghinee” di Virginia Woolf è considerato, oggi, uno dei manifesti del pensiero pacifista e femminista – tanto che, a esser sinceri, proprio questo stesso saggio aveva ispirato le nostre riflessioni su queste pagine in occasione di un altro 8 marzo, nel 2019.

Sono trascorsi solo tre anni, eppure la storia delle lotte per i diritti delle donne -insieme all’intera storia del mondo, sembra essersi dilatata di secoli: in Brasile, Jair Bolsonaro era da poco divenuto Presidente con i suoi slogan razzisti, antifemministi ed omofobi; qualche mese dopo, nel novembre 2019, il canto di denuncia delle donne cilene di Valparaíso (“El violador eres tú”) diveniva l’inno delle mobilitazioni internazionali contro l’oppressione del patriarcato in tutte le sue forme; a marzo 2020, il governo spagnolo avanzava una nuova proposta di legge contro i reati di violenza sessuale -la legge del “solo sì è sì” (approvata poi definitivamente nel 2021); a maggio 2020, l’Ungheria di Viktor Orbán decideva di non ratificare la Convenzione di Istanbul -adottata dall’UE nel 2011 per combattere la violenza di genere-, con la motivazione che questa avrebbe promosso “l’ideologia gender” e “l’immigrazione illegale”; sul finire dello stesso anno, il 30 dicembre 2020, le donne in Argentina conquistavano finalmente il diritto all’aborto; soltanto un mese dopo, a gennaio 2021, quello stesso diritto veniva invece nuovamente negato alle donne polacche dal governo ultraconservatore di Mateusz Morawiecki dopo mesi di proteste; intanto, nell’ottobre 2021, il Senato italiano bocciava il ddl Zan contro l’omotransfobia, che avrebbe previsto maggiori pene per i reati di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o l’identità di genere o sulla disabilità; poche ore dopo, sempre l’Italia diventava il nono Paese al mondo (secondo, in Europa) a ratificare la Convenzione OIL n.190 del 2019 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro; negli stessi giorni e nelle stesse ore, a Kabul e a Herat le donne tornavano a scendere in piazza per il diritto al lavoro e all’istruzione in un Afghanistan di nuovo governato dai talebani.

Sullo “sfondo” di questi eventi -che naturalmente sono solo alcuni di quelli accaduti in questi “soli” tre anni, il mondo così come credevamo di conoscerlo è stato travolto dalla pandemia di Covid-19 e dagli effetti devastanti che questa ha avuto a livello politico, economico e sociale: tra gli altri, nell’acuire le profonde disparità di genere su cui già si fondava il nostro sistema di sviluppo e produttivo.

Abbiamo visto come l’asimmetria di potere e di ruolo -e, quindi, di diritti, che è strutturalmente parte delle nostre società si sia specchiata e poi brutalmente infranta contro l’impatto dell’emergenza sanitaria, in Italia e nel mondo. Tra il 2020 e il 2021 le discriminazioni esistenti si sono accentuate fino ad esasperare le condizioni di disuguaglianza in cui vive e lavora chi è precario o precaria, sfruttato o sfruttata: è il caso di tutte quelle donne, lavoratrici e madri impiegate in lavori “atipici” e sottopagati, magari in nero e senza tutele, magari part-time involontari, nei settori della cura, in altri settori “a rischio” o in quelli più affetti dalla crisi, spesso in prima linea nella gestione quotidiana dell’emergenza -a casa, come sul luogo di lavoro.

Abbiamo visto i numeri, abbiamo ascoltato le storie, abbiamo letto studi che questa realtà che viviamo ogni giorno ce la raccontano, dati e statistiche alla mano: per citare solo uno degli ultimi, il “Global Gender Gap Report 2021” del World Economic Forum ci dice che -a causa degli effetti a lungo termine della pandemia, il divario di genere a livello globale (Global Gender Gap, appunto) è aumentato di un’intera generazione: se nel 2020 si prevedeva che ci sarebbero voluti 99,5 anni per colmarlo, nel 2021 il tempo di “attesa” per raggiungere la parità di genere è passato a 135,6 anni.

Un 8 marzo, in questo 2022, ben diverso dunque da quello che ci saremmo auspicate e auspicati tre anni fa.

Un 8 marzo diverso, che si celebra nel clamore dell’ultimo recentissimo avvenimento che -certo, questo no, mai e poi mai ci saremmo augurati: la guerra tra Russia e Ucraina, lo spettro di un conflitto più ampio che si rinnova e i toni bellici che troppo facilmente si riaccendono nel “nostro” mondo.

«Cosa, secondo Lei, si deve fare per prevenire la guerra?»

Questa domanda, ne “Le tre ghinee”, veniva posta a Virginia Woolf da un uomo. E lei, da donna -da donna femminista e pacifista, convinta che la guerra fosse uno dei peggiori prodotti di un sistema di potere e dominazione che affonda le proprie radici nella gerarchia tra i generi, rispondeva:

“…la Sua lettera ci fa venire la tentazione di tapparci le orecchie, di non ascoltare questi piccoli fatti, questi dettagli triviali, l’abbaiare dei fucili e il gracidare del grammofono; ci fa venire la tentazione di prestare orecchio soltanto alla voce dei poeti, che si rispondono l’un l’altra, confermandoci un’unità che cancella le divisioni come fossero semplici righe tracciate con il gesso; ci viene voglia di discutere con Lei della capacità dello spirito umano di espandersi oltre i confini, e di creare l’unità dalla molteplicità.

(…) Ma, con il rombo dei cannoni negli orecchi, voi non ci avete chiesto di sognare. Non ci avete chiesto di definire cosa sia la pace. Ci avete chiesto di aiutarvi a prevenire la guerra. Lasciamo dunque ai poeti di descrivere il sogno: noi fissiamo lo sguardo su quella fotografia, il dato di fatto. Qualunque cosa pensino gli altri dell’uomo in uniforme – e le opinioni sono diverse – la Sua lettera dimostra che per Lei quell’immagine è l’immagine del male; anche se guardiamo da angolature diverse, la nostra conclusione è uguale alla Sua: è il male. Entrambi siamo decisi a fare il possibile per distruggere il male che quella immagine rappresenta: voi, con i vostri metodi, noi, con i nostri. E poiché siamo diversi, i nostri metodi saranno diversi.

(…) Ma è chiaro che la risposta alla vostra richiesta non può essere che una. Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri​ metodi​. Ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi.

(…) E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti – di tutti gli uomini e di tutte le donne – a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà”.

Buon 8 marzo, oggi e ogni giorno: con l’augurio che possiamo trovare davvero nuove parole e nuovi metodi per realizzare un mondo più giusto per tutte e tutti.

Immagine di copertina da Flickr, Molly Adams | (CC BY 2.0)